Ero in Puglia per raccontare il Made in Italy, poi, quasi senza cercarlo, il Made in Italy me lo sono trovato davanti. È successo durante una delle presentazioni del mio libro MADE IN ITALYUn’esperienza tra Moda, Arte e Design, quando ho conosciuto Cristiano Accogli. Ventisei anni, salentino, una gentilezza quasi d’altri tempi e quella particolare luce negli occhi che appartiene a chi come me, parlando del proprio lavoro, non sta semplicemente raccontando una professione, ma qualcosa che gli appartiene profondamente. Cristiano mi ha parlato di moda, certo, ma soprattutto mi ha parlato di sua nonna Pina, ed è da lei che bisogna partire per comprendere davvero la sua storia.

Sarta e ricamatrice, per anni impegnata anche nella realizzazione di abiti sacri, nonna Pina è stata il primo atelier di Cristiano. Ad Andrano, piccolo paese nel cuore del Salento, lui è cresciuto osservandone le mani: il modo di tagliare un tessuto, di costruire un abito, di ricamare, di trasformare un filo in qualcosa destinato a durare. Prima ha guardato, poi ha iniziato ad aiutarla ed infine ha imparato. A cucire, tagliare, ricamare, disegnare. Mentre me lo raccontava, mi sono reso conto di quanto quella storia contenesse esattamente ciò che cerco di raccontare quando parlo di Made in Italy. Non un’etichetta, non una formula da esportazione e nemmeno soltanto una questione geografica. Piuttosto un sapere che passa da una generazione all’altra e che, per continuare a vivere, ha bisogno di qualcuno capace di raccoglierlo e portarlo nel proprio tempo. Cristiano ha scelto di farlo.

Dopo gli studi e la formazione nel settore della moda, quella passione nata accanto alla nonna si trasforma in un progetto professionale. Nasce così Cristiano Accogli Brand, fondato insieme a Pina e sviluppato negli anni coinvolgendo altre sarte e artigiane. Ogni capo nasce attraverso una dimensione profondamente artigianale, dalla scelta e dalla lavorazione della materia prima fino alla costruzione e alle finiture. Tessuti, ricami, uncinetto, sartoria e tessitura al telaio diventano gli strumenti attraverso cui un patrimonio antico viene sottratto alla nostalgia e riportato nel presente. Perché la tradizione, quando è autentica, non deve necessariamente essere conservata sotto vetro, può essere contaminata, trasformata, persino provocata; può diventare moda.
Il percorso di Cristiano, nonostante la giovane età, ha già incontrato il mondo della musica e dello spettacolo. Per due anni consecutivi ha lavorato come stylist alla Notte della Taranta e ha collaborato con artisti tra cui Giuliano Sangiorgi, Welo e Serena Brancale. Ha inoltre seguito il tour mondiale di Andrea Bocelli, curando l’abbigliamento di ballerini e altre figure coinvolte nello spettacolo. Ma oggi quella storia iniziata in un piccolo paese del Salento compie un altro viaggio, arriva a Milano.


Durante la Milano Fashion Week, Cristiano Accogli porta la sua nuova collezione nel cuore di Brera, presso Robertaebasta in Via Solferino, dove inaugura un corner dedicato al brand. Non una semplice presenza legata ai giorni della Fashion Week, ma un progetto destinato a proseguire nel tempo: un nuovo capitolo che porta l’artigianalità salentina in uno degli indirizzi più riconoscibili del design milanese.
Il passaggio è quasi cinematografico: Andrano e Milano, il laboratorio di una nonna e Via Solferino, il telaio e la Fashion Week.
Eppure non c’è alcuna contraddizione, è esattamente questo il viaggio che il Made in Italy ha sempre saputo compiere: partire da territori piccoli, da laboratori, famiglie, artigiani e competenze tramandate quasi silenziosamente, per arrivare nel mondo senza perdere la propria identità.
La nuova collezione di Cristiano racconta questa stessa tensione. Tessuti realizzati e lavorati a mano, tessitura al telaio, uncinetto e dettagli sartoriali incontrano cromie e sensibilità contemporanee. La mano non viene nascosta dietro la perfezione industriale: rimane visibile, diventa parte del linguaggio estetico del capo.
Ed è forse proprio questo che mi ha colpito così tanto di Cristiano.

In un momento storico in cui la moda corre velocissima e spesso sembra ossessionata dalla necessità di produrre continuamente qualcosa di nuovo, incontrare un ragazzo di ventisei anni che sceglie di ripartire dalle mani, dal tempo e dalla memoria ha qualcosa di sorprendentemente contemporaneo.
Forse il nuovo Made in Italy non deve necessariamente inventare tutto da capo, forse deve avere il coraggio di ricordare da dove viene e, allo stesso tempo, immaginare dove può arrivare.






