Incontrare Paola Albini significa uscire subito da una narrazione prevedibile.
Non c’è distanza, non c’è rigidità, non c’è quella formalità che spesso accompagna le storie legate a grandi nomi del design. C’è invece una voce diretta, autentica. Una persona che non si definisce attraverso un’eredità, ma attraverso quello che costruisce ogni giorno.
Paola viene dal teatro, dalla parola, dall’esperienza. E forse è proprio questo il suo punto di forza: guardare al mondo del progetto da fuori, con uno sguardo libero, capace di creare connessioni e aprire nuove letture. Nel suo percorso, anche il pensiero di Franco Albini diventa qualcosa di vivo. Non un riferimento distante, ma un metodo da usare, sperimentare e portare nel presente. Quello che emerge è un’idea chiara: l’eredità non è qualcosa da conservare, ma da trasformare.

Se dovessi raccontare chi sei oggi senza mai pronunciare il nome di Franco Albini, da dove inizieresti?
All’anagrafe mi chiamo Paola Benedetta Greta Alessandra Maria e se è vero che nel nome è contenuto il destino, direi che sono una bella miscela di sfaccettature differenti.
Sono una creativa che ama progettare esperienze.
Sento il bisogno costante di imparare e sperimentare cose nuove perché abbiano ricadute concrete per la gente.
Sono una story Teller. Sì, sono nata per raccogliere, illuminare e raccontare storie. Lo faccio attraverso il teatro, scrivendo spettacoli facendo regia e stando in scena, o raccogliendo interviste per divulgare punti di vista che possano essere d’ispirazione.
Sono una formatrice che cerca di consegnare un Metodo alle nuove generazioni…di base sono una che unisce I puntini.
Amo mettere in relazione le persone e creare progetti che possano favorire la condivisione di esperienze interdisciplinari.
Se proprio devo definirmi forse il termine più indicato è “progettatrice seriale”.
Tu vieni dal mondo del teatro e non dell’architettura: in che modo questo sguardo “esterno” ha influenzato il tuo modo di raccontare e valorizzare l’eredità di tuo nonno?
Tutte le volte che ti approcci a qualcosa con uno sguardo diverso, puoi portare i nuovi punti di vista. Credo che il mio sguardo esterno abbia permesso di spostare un po’ la ricerca su Albini permettendo la sperimentazione interdisciplinare.
In quasi vent’anni (l’anno prossimo) che dirigo la Fondazione, questo sguardo diverso ha permesso di sperimentare sempre nuovi linguaggi per raggiungere nuovi pubblici, non solo quelli di settore.
Attraverso la Fondazione, lavori sulla divulgazione del suo pensiero: secondo te cosa rende ancora contemporaneo il metodo Albini?
Scomporre, cercare l’essenza ricomporre, verificare e agire con responsabilità sociale, sono principi universali utili in qualunque ambito della vita per generare cambiamento e salti evolutivi. Non solo in ambito professionale ma anche personale. È un metodo imperituro per spostarti da dove sei e vedere le cose con occhi nuovi in ogni settore della vita. Albini poi rappresenta anche una generazione che prendeva molto sul serio l’etica del lavoro e la missione sociale del mestiere dell’architetto. Credo che anche questo, insieme a centinaia di esempi e aneddoti di coerenza, rappresenti senz’altro un atteggiamento da recuperare ai giorni nostri.



Crescere circondata dagli oggetti di Franco Albini ha condizionato il tuo rapporto con il design oppure è stato qualcosa che hai compreso solo più tardi?
Decisamente qualcosa che ho compreso e anche scoperto molto più tardi, perché in casa mia non si è mai parlato molto di lavoro e soprattutto non si è mai fatto cadere dall’alto il ruolo di mio nonno. Ho scoperto veramente che era Albini solo nel 2007 quando, per rispondere alla promessa di andare alla ricerca delle mie radici fatta ad un vecchio regista, ho aperto le cassettiere del suo archivio e ho scoperto un mondo talmente ricco, che non sono più riuscita a smettere di approfondire.
Oggi, guardando al tuo percorso, ti senti più erede, interprete o autrice di una nuova narrazione?
Mi sento tutto questo insieme. L’eredità che ricevi è qualcosa che ti aiuta a capire chi sei, poi ci devi mettere del tuo. Io credo di aver incarnato in questi anni, seppur inconsapevolmente, il Metodo di mio nonno. Ho scomposto, cercato l’essenza e ricomposto la narrazione su di lui per scoprirci dentro nuovi pezzetti di me. Sono arrivata con il mio bagaglio di conoscenze e di esperienze, verificando costantemente gli apprendimenti e cercando ogni modo possibile per portare una ricaduta in termini sociali. Ognuno di noi ha un’eredità che gli viene consegnata e ogni eredità ha un valore. La mia esperienza mi ha insegnato quanto sia importante andare alla ricerca delle proprie radici e approfondirle per capire chi sei. Poi occorre lasciarle andare ed esprimere la propria cifra nelle cose che si fanno nel mondo.
In un momento storico in cui il design rischia spesso di diventare superficie, velocità, immagine, il percorso di Paola Albini riporta l’attenzione su qualcosa di più profondo. Sul metodo. Sulla responsabilità. Sulla capacità di costruire connessioni reali tra le persone.
E forse è proprio questo il punto: non cosa ereditiamo, ma cosa scegliamo di farne.

Fondazione Franco Albini è visitabile su prenotazione a info@fondazionefrancoalbini.com fondazionefrancoalbini.com






