Con Parole, Diango Hernández inaugura la nuova sede milanese di Wizard Gallery, in via Francesco Petrarca 5, trasformando il marmo in qualcosa di sorprendentemente leggero, quasi mobile. La mostra, aperta dal 7 ottobre al 4 dicembre 2026, segna un nuovo passaggio nella ricerca dell’artista cubano: per la prima volta il suo linguaggio dell’Olaismo incontra in modo compiuto la scultura.
Marmo nero, bianco statuario, quarzo rosa e onice diventano il vocabolario di un racconto nel quale la solidità della pietra sembra perdere peso. Hernández lavora infatti sulla contraddizione tra materia e percezione: sceglie uno dei materiali più antichi e monumentali della storia dell’arte per raccontare qualcosa che, al contrario, appartiene al movimento, alla trasformazione, all’instabilità.
È proprio qui che Parole trova la sua forza. Le nuove sculture conservano una memoria quasi rinascimentale, ma ne sovvertono la staticità. La pietra non è più soltanto massa da scolpire: diventa superficie attraversata da un segno, corpo capace di evocare il fluire dell’acqua.
Al centro della ricerca di Hernández c’è l’Olaismo, linguaggio visivo e concettuale elaborato dall’artista a partire dall’idea dell’onda – ola, in spagnolo. Un alfabeto liquido fatto di forme che si ripetono, si incontrano, si separano e tornano a trasformarsi. La sua origine è minima: una piccola linea ondulata, quasi una tilde o un ciglio. Da quel gesto essenziale nasce un universo formale capace di attraversare pittura e scultura. Il risultato non è però un semplice esercizio estetico. Dietro la purezza delle forme affiorano memoria, identità, migrazione, tempo e spazio. Temi profondamente legati alla biografia dell’artista, nato a Sancti Spíritus, Cuba, nel 1970 e oggi residente a Düsseldorf. L’esperienza individuale diventa così strumento per interrogare qualcosa di universale: la natura mutevole del reale e il modo in cui ciò che vediamo cambia continuamente a seconda del filtro attraverso cui lo osserviamo.


Accanto alle sculture, Wizard Gallery presenta anche una selezione di dipinti a olio del 2026. Qui la dimensione più intima della pittura di Hernández entra in dialogo con un’opera del 2017, già presentata alla galleria Alessandra Bonomo di New York. Il confronto rende evidente la continuità di una ricerca che, pur cambiando materia e scala, rimane fedele a un medesimo pensiero.
Tra la fluidità quasi biologica della pittura e la permanenza del marmo si crea così una tensione particolarmente affascinante. È forse questa la chiave più interessante della mostra: Hernández non cerca di rendere la pietra meno pietra, ma di suggerire che persino ciò che immaginiamo immutabile possa contenere un movimento.
Dopo circa trent’anni di ricerca, partecipazioni alle Biennali di Venezia, San Paolo e Sydney ed esposizioni in istituzioni internazionali, Hernández porta a Milano una mostra apparentemente silenziosa ma estremamente fisica. Parole parla attraverso superfici, curve e materia, ricordandoci che anche un segno minimo può contenere un paesaggio intero.






