Elisa Tarquini: progettare la Sicilia senza ricorrere agli stereotipi

C’è chi affronta un progetto partendo dalla materia e chi, invece, dalle emozioni. Per l’architetta Elisa Tarquini, protagonista del programma televisivo Vinci una Casa in Sicilia, l’architettura è prima di tutto un’esperienza sensoriale: uno spazio capace di raccontare un luogo senza imitarlo, di evocare un’identità senza trasformarla in una cartolina.

Nel progetto sviluppato per la casa di Tusa, la Sicilia non diventa un repertorio di simboli, ma un insieme di atmosfere: la luce, il calore, la pietra, il paesaggio e quella dimensione teatrale che rende ogni ambiente mutevole nell’arco della giornata. Un approccio che riflette una visione contemporanea del progetto, dove emozione e rigore convivono con naturalezza.

Partecipare a un programma televisivo rappresenta un contesto insolito per un architetto. Come ha vissuto questa esperienza?

«È stata la mia prima esperienza televisiva e, inevitabilmente, all’inizio mi sono sentita osservata in un modo completamente diverso rispetto al mio lavoro quotidiano. Normalmente sono i progetti a parlare per me, non la mia persona. Le telecamere hanno richiesto un cambio di prospettiva, ma si sono trasformate anche in un’importante occasione di crescita. Le sfide mi hanno permesso di confrontarmi con altri professionisti e di uscire dalla mia zona di comfort. È una di quelle esperienze che consiglio di vivere almeno una volta nella vita.»

Il progetto per la casa di Tusa punta a una Sicilia lontana dai cliché. Da dove nasce questa scelta?

«Ho immaginato una casa che fosse capace di regalare un’esperienza emotiva ancora prima che estetica. Per questo ho lavorato sulla teatralità degli spazi, utilizzando la luce come un vero materiale di progetto. Le superfici materiche, le nicchie scenografiche, i volumi monolitici e le forme morbide cambiano continuamente durante la giornata grazie al dialogo con la luce naturale. La Sicilia è stata interpretata attraverso ciò che trasmette: il calore, la pietra, i colori della terra, il rapporto con il paesaggio. Ho scelto materiali dalle tonalità naturali che evocassero queste sensazioni senza ricorrere agli stereotipi del design mediterraneo. Volevo creare ambienti eleganti, contemporanei e senza tempo, capaci di lasciare un ricordo attraverso le emozioni.»

Come si racconta un territorio così ricco di identità senza cadere nella semplice citazione estetica?

«La creatività nasce spesso in modo spontaneo. Da umbra ho conosciuto la Sicilia da viaggiatrice e forse proprio questo sguardo mi ha permesso di coglierne l’essenza. Ho ripensato alla luce intensa, ai profumi del mare e della macchia mediterranea, ai colori della terra, ai sapori e all’energia che ho respirato durante i miei viaggi. È stato questo patrimonio di sensazioni a guidare il progetto. Non volevo riprodurre un’immagine riconoscibile della Sicilia, ma interpretarne l’anima attraverso un linguaggio architettonico contemporaneo.»

La pressione di un progetto televisivo è diversa rispetto a quella di un incarico professionale?

«In realtà no. Quando progetto il livello di responsabilità è sempre lo stesso, indipendentemente dal contesto. Ogni progetto merita il massimo impegno, perché l’obiettivo rimane sempre quello di creare spazi che sappiano emozionare e migliorare la qualità della vita delle persone.»

Programmi come questo possono contribuire a raccontare il vero lavoro dell’architetto?

«Credo sia il loro valore più importante. Spesso si pensa che il nostro mestiere significhi semplicemente scegliere colori o arredi, mentre dietro ogni progetto esistono ricerca, studio, esperienza e la capacità di interpretare le esigenze delle persone. Personalmente non cercavo soltanto visibilità. Mi interessava soprattutto raccontare il mio modo di progettare: trasformare gli spazi in esperienze, creare ambienti che abbiano identità e che sappiano generare benessere. Mi auguro che questa esperienza possa aprire collaborazioni con clienti che condividono questa visione dell’architettura.»

Qual è l’eredità più significativa che porta con sé dopo questa esperienza?

«Sicuramente il valore umano. Ho incontrato persone straordinarie e condiviso momenti molto intensi. Porterò con me anche il confronto con la giuria e con gli altri concorrenti, che mi ha ricordato quanto il progetto sia sempre il risultato di sensibilità differenti. Nell’architettura la componente tecnica è fondamentale, ma esiste anche una dimensione profondamente personale. Ogni professionista interpreta uno spazio attraverso il proprio bagaglio culturale e la propria esperienza. È proprio questa pluralità di sguardi che rende il confronto così prezioso e che mi ha dato ancora più convinzione nel perseguire una visione progettuale autentica, senza inseguire il consenso ma cercando di realizzare luoghi capaci di lasciare un segno.»

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