Con l’esposizione del dipinto Deposizione di Cristo di Andrea Mantegna (1431-1506), visitabile nella XVII Sala della Pinacoteca Vaticana dal 20 marzo u.s. e il cui recente restauro ha permesso di confermare definitivamente l’attribuzione al grande maestro rinascimentale, torna visibile al pubblico un’opera rimasta per secoli avvolta nel mistero e oggi restituita alla luce nella sua piena autenticità.
L’ultima documentazione storica della Deposizione di Cristo di Mantegna risale al XVI secolo
Già documentata nel XVI secolo nella basilica di San Domenico Maggiore a Napoli, la Deposizione di Cristo era successivamente scomparsa dalle fonti storiche. Sollevando non pochi dubbi sulla sua effettiva esistenza e attribuzione.
La ricerca storico-artistica è stata condotta da Stefano De Mieri
Fondamentale per l’attribuzione è stata anche la ricerca storico-artistica condotta da Stefano De Mieri, dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, che ha avuto l’intuizione dell’originalità dell’opera, messa online dal Santuario sul sito della CEI da qualche anno. Questo gli ha permesso di ricollocarla pienamente all’interno della tradizione mantegnesca.
Il dipinto, conservato nel Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, coincide iconograficamente con un’opera eseguita alla fine del Quattrocento da Andrea Mantegna per la Basilica di San Domenico Maggiore a Napoli.
Stefano De Mieri l’ha identificata nel 2020
Identificata nel 2020 da Stefano De Mieri, dell’opera si conoscono altre due copie individuabili nella “Deposizione” del registro superiore del polittico della Collegiata di San Giovanni Battista ad Angri del 1510, e in una versione più tarda già in una collezione privata di Sanremo.
Nell’opera la città di Gerusalemme, delineata sullo sfondo, è caratterizzata da architetture classiche e rinascimentali. Mentre nel piano intermedio sulla sinistra appaiono delle figure minute che si muovono tra ruderi anch’essi di età classica. Richiamando motivi iconografici di celebri dipinti di Mantegna quali la predella della Pala di San Zeno a Verona, l’Orazione nell’orto della National Gallery di Londra, i due differenti San Sebastiano del Kunsthistorisches Museum di Vienna e del Louvre, la Madonna delle cave degli Uffizi e la Pietà dello Statens Museum for Kunst di Copenaghen.
In seguito al restauro, sull’arco in rovina a sinistra, inoltre, sono riaffiorate due Vittorie alate sugli archivolti che evocano l’Arco di Tito a Roma, riprodotto in una delle tavole a disegno del ‘Codex Escurialensis’ (fol. 47r), la cui esecuzione è stata anche associata al nome del maestro padovano.
Da notare anche che i differenti tipi umani raffigurati nel dipinto richiamano alcune figure identitarie mantegnesche quali, su tutte, Maria, San Giovanni Evangelista e la Maddalena del celebre “Compianto sul Cristo morto”.
Un lungo e meticoloso restauro
Il lungo e meticoloso restauro, eseguito nei Laboratori dei Musei Vaticani sotto la direzione del Laboratorio di Restauro Dipinti e Materiali Lignei guidato da Francesca Persegati, ha coinvolto i Maestri Restauratori Lorenza D’Alessandro e Giorgio Capriotti, rivelando importanti dettagli iconografici e tecnici. Le indagini diagnostiche preliminari, coordinate dal Gabinetto di Ricerche Scientifiche dei Musei Vaticani diretto da Fabio Morresi, hanno confermato senza ombra di dubbio l’autografia di Andrea Mantegna.
Anche il restauro conferma l’autografia del Mantegna
“Il restauro ha rivelato dettagli iconografici e tecnici che confermano l’autografia del Mantegna-tiene a specificare Barbara Jatta, Direttore dei Musei Vaticani, aggiungendo: “Chiamati da S.E.R. Mons. Tommaso Caputo a visionare l’opera nel marzo del 2022, abbiamo immediatamente compreso che sotto gli strati di ridipinture si celava una materia pittorica straordinaria. Il restauro ha rivelato dettagli iconografici e tecnici che confermano l’autografia di Mantegna, restituendo alla storia dell’arte un capolavoro che si pensava perduto. È partita quindi la ‘macchina’ dei Musei Vaticani, con indagini diagnostiche, ricerche e il restauro”.

Il progetto ha visto anche il coinvolgimento della Sovrintendenza del Parco Archeologico di Pompei guidata dal direttore Gabriel Zuchtriegel e di Luigi Gallo, Direttore della Galleria Nazionale delle Marche a Urbino e della Direzione Regionale Musei delle Marche.
Dopo l’esposizione vaticana, la Deposizione tornerà a Pompei
Dopo l’esposizione romana, la “Deposizione” tornerà al Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei. Dove troverà la sua collocazione definitiva nel Museo Centrale, attualmente in fase di riallestimento, suggellando così il legame tra il dipinto e il luogo che lo ha custodito nell’ombra per secoli, ora pronto a restituirlo al suo splendore originario.






