La Dimora dei Miti: Arky’studio e il progetto come racconto del luogo

Per Sara Baldecchi e Francesca Silecchia, fondatrici dello studio fiorentino Arky’studio, progettare significa entrare in relazione con l’identità di un luogo prima ancora che con la sua forma. L’esperienza di Vinci una casa in Sicilia ha offerto l’occasione per riflettere sul valore del contesto, della memoria e della narrazione nell’architettura contemporanea.

Ogni territorio custodisce un patrimonio invisibile fatto di tradizioni, materiali, luce e memoria. Per un architetto, progettare significa prima di tutto imparare a leggerlo, evitando che il progetto si sovrapponga al luogo e scegliendo invece di amplificarne il carattere. È una visione che accompagna da sempre il lavoro di Sara Baldecchi e Francesca Silecchia, alla guida di Arky’studio, dove l’architettura nasce dall’ascolto e dalla ricerca di un dialogo autentico con il contesto.

La partecipazione a Vinci una casa in Sicilia ha rappresentato un’interessante occasione per mettere alla prova questo approccio. Chiamate a reinterpretare una casa nel borgo di Tusa, le due architette hanno scelto di non rincorrere un’immagine stereotipata della Sicilia, ma di costruire un progetto capace di raccontarne la complessità culturale attraverso materiali, atmosfere e riferimenti discreti. È nato così La Dimora dei Miti, un intervento che intreccia memoria mediterranea e linguaggio contemporaneo, arrivando fino alle semifinali del programma.

Il vostro progetto nasce da una forte relazione con il territorio. Qual è stato il punto di partenza?

Fin dall’inizio abbiamo sentito il desiderio di raccontare la Sicilia senza trasformarla in un insieme di immagini prevedibili. Volevamo costruire una casa che appartenesse davvero a quel luogo, capace di trasmetterne la storia e l’atmosfera. Da questa idea è nato La Dimora dei Miti, un percorso ispirato al legame tra Tusa e la Magna Grecia. Ogni ambiente racconta una sfumatura diversa della cultura mediterranea attraverso materiali naturali, colori caldi e dettagli che reinterpretano la tradizione senza riprodurla letteralmente. La pietra calcarea locale, la pigna siciliana di Caltagirone, le nicchie votive, la bouganville e le ceramiche diventano elementi di un linguaggio progettuale contemporaneo, pensato per restituire identità piuttosto che nostalgia”.

Quanto conta, oggi, progettare partendo dalla memoria di un luogo?

Per noi è fondamentale. Ogni luogo possiede un carattere preciso che non dovrebbe mai essere cancellato. L’architettura contemporanea ha la possibilità di dialogare con la storia senza imitarla. Ci interessa costruire spazi che sappiano evolvere insieme al territorio, rispettandone materiali, proporzioni e cultura. Solo così un progetto può diventare davvero parte del paesaggio”.

Partecipare a un programma televisivo ha modificato il vostro modo di raccontare l’architettura?

È stata la nostra prima esperienza davanti alle telecamere ed è stata estremamente intensa. La televisione ha tempi completamente diversi rispetto al lavoro in studio: bisogna riuscire a sintetizzare mesi di ricerca e progettazione in pochi minuti. È un esercizio che insegna quanto sia importante comunicare con chiarezza il pensiero che sta dietro a ogni scelta progettuale. Allo stesso tempo ci ha ricordato quanto sia importante rimanere autentiche. Le telecamere amplificano tutto, ma non sostituiscono mai la qualità delle idee”.

L’assenza di un committente reale vi ha lasciato maggiore libertà progettuale?

“Sicuramente. Abbiamo avuto la possibilità di sviluppare il progetto seguendo fino in fondo la nostra visione. Questo ci ha permesso di sperimentare con grande libertà, senza dover adattare continuamente le scelte a esigenze specifiche. La vera responsabilità era nei confronti del luogo stesso: sentivamo il dovere di costruire una proposta credibile, rispettosa e contemporanea. Quando abbiamo presentato il progetto alla giuria ci siamo rese conto di quanto fossimo coinvolte emotivamente. Era una casa che avevamo costruito insieme, idea dopo idea”.

Cosa vi lascia questa esperienza, al di là del risultato?

“Ci conferma che progettare significa anche saper condividere il proprio pensiero. Il confronto con i giudici e con gli altri professionisti è stato molto stimolante perché ogni punto di vista diverso diventa un’occasione di crescita. Dopo oltre vent’anni di professione continuiamo a credere che il valore più importante sia la fiducia costruita nel tempo con i nostri clienti. Se questa esperienza ci permetterà di incontrare nuove persone che condividono il nostro modo di intendere l’architettura, sarà una naturale conseguenza del percorso che abbiamo costruito negli anni. Per noi il progetto resta sempre lo stesso: creare luoghi che abbiano un’identità precisa, capaci di raccontare una storia senza bisogno di alzare la voce. Perché l’architettura più duratura è quella che nasce dall’ascolto e lascia parlare i luoghi”.

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