Marzia Bollani. La pittura al femminile

Artista dell’emozione, Marzia Bollani traspone su tela passioni e sentimenti. Il dripping sgorga direttamente dal suo essere donna e scioglie gli intricati grovigli dell’anima, in cromatismi raffinati e poetici.

Oggi ho intervistato Marzia Bollani. Una donna, moglie e mamma che contro ogni stereotipo legato al suo ruolo in famiglia, non ha avuto paura di mettersi in gioco come artista. Anzi, per dirla con le parole di George Bernard Shaw, Marzia ha usato “l’arte per guardarsi l’anima”. E così facendo, insieme al coraggio di alzare la testa di fronte alle sue paure, ha ritrovato il meglio di sé. Coinvolgente ed empatica, Marzia è una donna che ama le donne. Il dialogo al femminile è per lei uno strumento potente per sondare le zone d’ombra della sua vita, alla ricerca di emozioni profonde da trasferire su tela. Un percorso catartico, espresso nell’informale delle sue opere, che Marzia dedica a tutti quelli che come lei, considerano l’arte uno specchio per le passioni e i sentimenti.

Ciao Marzia. Prima di incontrarti ho letto la tua biografia. Sono rimasta colpita dal tuo percorso artistico e professionale che ti ha vista approdare alla pittura passando prima attraverso la monda e il design. È andata proprio così?

Verissimo, ma nella mia arte ho portato la storia della mia vita più che la mia formazione professionale. Negli anni ’80, nell’era dei primi brand di alta moda, mi sentivo così attratta dal fashion da decidere di diplomarmi in stilismo e di iniziare subito a lavorare in un atelier di abiti da sera. I miei primi dipinti sono degli anni ‘90, quando ho iniziato a sentire il bisogno di esternare i miei stati d’animo attraverso un gesto artistico. Questa necessità mi ha spinta a iniziare a seguire dei corsi di pittura. Quando da Pavia mi sono trasferita a Milano, ho abbandonato la sartoria e ho scelto di entrare nel mondo del design, gestendo alcuni negozi di complementi d’arredo. Contemporaneamente ho preso uno spazio alla Fornace Curti dove potevo esercitare la mia creatività confrontandomi anche con altri artisti. Ci andavo la sera, dipingevo per me stessa, soprattutto figurativi in cui mettevo tutte le mie emozioni. Lavoravo febbrilmente; scaricavo sulla tela tutto quello che vivevo, anche le esperienze più negative. Solo così, cioè trasferendole in un quadro, le potevo trasformare in qualcosa di positivo. Il primo critico d’arte ad apprezzare le mie opere è stato Jhon Spike, direttore della biennale di Firenze. Il suo giudizio mi ha fatto comprendere che le mie opere potevano avere qualcosa da dare anche ad altre persone. Credo che la mia vita artistica sia cominciata in quel momento.

Quindi hai abbandonato il design per l’arte?

Non subito. Inizialmente faticavo a mostrare le mie opere in pubblico. Erano così personali, esprimevano pensieri così intimi, che esibirle sarebbe stato come mettermi a nudo davanti ad estranei. In un secondo momento, però, ho iniziato a dipingere cose più “leggere”. L’astrattismo mi è sembrata la strada più vicina alla mia sensibilità del momento, quella che mi permetteva di affrontare argomenti più generali, forse anche più semplici da comprendere. Ho iniziato ad esporre e a partecipare ad alcune collettive. E anche a vincere qualche premio. Ma l’attività artistica rimaneva ancora un hobby nella mia vita.

Da quando la svolta?

Circa dieci anni fa mi sono sentita pronta per avere una famiglia mia. Da quando è nata mia figlia ho abbandonato il lavoro per dedicarmi a lei, volevo essere una mamma presente. Non posso nasconderti, però, che inizialmente, reggere il peso delle nuove responsabilità sia stato parecchio difficile. Ma alla fine, è stato proprio grazie alla mia famiglia che ho potuto guardare all’arte come alla mia attività principale. Dipingere mi faceva stare bene; nella pittura ritrovavo me stessa, la mia individualità e il mio essere donna. Supportata da mio marito e coinvolgendo anche la mia bambina nel mio mondo artistico, ho preso uno studio dove potevo fare della pittura la mia professione e mi sono abbandonata alle emozioni dell’informale. Qui sono nate le mie opere più “misurate”, insieme a tanti progetti che porteranno a prossime evoluzioni.

Ti riferisci alla bellissima iniziativa “Sono un’opera d’arte”?

Sì, anche. L’idea della t-shirt con la scritta “Sono un’opera d’arte” voleva essere un modo per sensibilizzare il pubblico sulla condizione delle donne ma anche un omaggio e un ringraziamento all’essere femminile, da cui traggo continuamente ispirazione. Le donne sono al centro della mia arte. È a loro che sono indirizzate la maggior parte delle suggestioni positive che cerco di imprimere alle mie opere. Ma è stato un vero piacere scoprire che anche molti uomini hanno compreso il significato del mio gesto e regalato le mie t-shirt alle donne cui tenevano di più.

In che modo le donne sono una fonte di ispirazione per te?

Sono sempre stata interessata ad andare oltre all’apparenza. Mi ha sempre incuriosita capire cosa potesse esserci dietro il volto delle donne; la vera condizione nascosta dietro la loro immagine. Noi donne non abbiamo mai pause e durante lockdown, poi, abbiamo dato tutto quello che potevamo. In piena pandemia non riuscivo a lavorare, la creatività può esprimersi solo in uno stato di libertà del pensiero. Poi ho scoperto che grazie ai social potevo comunicare, condividere i miei stati d’animo e confrontarmi con altre donne. Così facendo, ho scoperto che quel mondo di invidie e gelosie femminili con cui mi scontravo ogni giorno nel lavoro, non esisteva più. I miei quadri hanno attirato l’attenzione di molte donne che hanno iniziato a seguirmi e a parlare con me, anche ogni giorno. Rapporti sinceri e aperti allo scambio di dubbi e confidenze. Con le “mie donne”, perché davvero le sento “mie”, si è creato un rapporto di confidenza e fiducia reciproche. Mi sono resa conto della forza della solidarietà femminile e mi piace imprimerla alle mie tele. Quando sono demoralizzata, o mi trovo davanti a una difficoltà, ripenso alle esperienze che ho incontrato, ai consigli ricevuti dalle donne sensibili, agli esempi di quelle che non si sono arrese. Tutto questo è fonte di energia per me e per la mia arte.

Una bella lezione di vita, Marzia. Da parte mia posso dirti che mi sono ritrovata in tante tue affermazioni e che da tante altre, invece, posso trarre insegnamenti per il futuro. Prima di salutarti però, mi piacerebbe sapere se hai in serbo qualche novità.

I progetti per il futuro sono sempre tanti…chissà…

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