A Tenuta Acquebianche, tra architettura e paesaggio

Nella campagna salernitana, una vasta proprietà ritrova il valore degli spazi all’aperto e si trasforma in un hub multiculturale d’architettura

Antonietta Pezzuti, la padrona di casa, è una vera forza della natura. Quella natura cui dedica, ogni giorno, la sua vita e il suo lavoro d’architetto. Nonostante i tempi non mi permettano di raggiungerla fisicamente a Giffoni Valle Piana, l’entusiasmo con cui mi ha “aperto” le porte della sua magnifica proprietà è davvero contagioso. Non mi ci è voluto molto a capire che Tenuta Acquebianche sia molto di più di una semplice abitazione privata. A dire il vero, il mio occhio indagatore aveva già colto nelle foto sui social, l’atmosfera particolare, intima e famigliare di questo scorcio di Campania salernitana che fino ad ora conoscevo solo per il Giffoni Film Festival. Quel grande ulivo pronto ad accogliermi, quelle prospettive sconfinate che abbracciano verde e mare insieme, non mentivano. Le parole appassionate di Antonietta mi hanno fatto assaporare il piacere di una giornata tipo, nella sua Tenuta. Ho appreso che ad Acquebianche, il tempo segue il ritmo delle stagioni e le giornate possono ancora riservarti qualche ora da regalare a te stesso. Lei lo chiama buen retiro, il suo luogo d’elezione, dove oltre a vivere in perfetta sintonia col paesaggio, trova anche l’ispirazione per la sua creatività. Non è un caso, quindi, che un’esperienza nata come “fuga dall’appartamento” si sia velocemente trasformata in un progetto di più vaste dimensioni, che la vede coinvolta in prima persona, nella creazione di un hub multiculturale e multidisciplinare dal nome BE.ON DVYSION, che ha fatto di Tenuta Acquebianche la sua sede operativa sul territorio salernitano ma in stretta connessione con Milano.


Com’è nata Tenuta Acquebianche?

Vivevo in appartamento e avevo un cane. Un giorno mi sono detta “basta”. Basta vita frenetica e spazi chiusi. La mia passione per la natura e egli animali mi faceva sognare la collina che domina la piana del Sele e il mare. Era lì che volevo vivere. Mio marito arrivava già da un’esperienza di vita in campagna, gli è stato facile assecondarmi. Così abbiamo rilevato un terreno di 10mila metri e abbiamo realizzato questa struttura che è diventata anche la sede del mio studio associato (proprio durante il lockdown). Oggi posso dire che la scelta coraggiosa di trasferire la mia vita e la mia attività lavorativa in aperta campagna è stata completamente ripagata. In tempi strani come quelli che stiamo vivendo, che hanno reso difficile ogni contatto di lavoro, potermi confrontare con i colleghi stando all’aria aperta non solo mi ha facilitata, ma mi ha anche fatta sentire una “privilegiata”.

Quindi sei riuscita a trasformare un vecchio casale nel tuo “quartier generale”?

No no (ride)! La casa è una costruzione completamente nuova, ma mi fa piacere che anche tu, come altri, abbia pensato che esistesse già prima di me. Vuol dire che sono riuscita bene nel mio intento. L’idea che avevo, infatti, era quella di realizzare un edificio che con la sua presenza onorasse il mio territorio. In Campania, però, non esiste una tradizione architettonica del casale o della masseria come in altre regioni d’Italia. Perciò l’ispirazione si è rivolta ai modelli toscani, che in fatto di rapporto tra architettura e paesaggio la sanno lunga.

Immagino che qualcuno avrà criticato la scelta.

È così. Ne ero perfettamente consapevole anche in fase di progettazione. Ma anche in questo caso mi sono venute in soccorso la mia tenacia e la mia esperienza professionale. Per anni mi sono occupata di restauro e consolidamento conservativo, perciò mi piaceva l’idea di poter trasferire le mie conoscenze in un’opera completamente nuova. Il mio intento non era quello di imitarne il modello formale del casale toscano, ma piuttosto di riproporne la straordinaria capacità interpretativa del luogo. Inoltre mi piaceva l’idea di poter dare una nuova chance a tecniche costruttive e a materiali che appartengono alla tradizione italiana in generale, oggi dimenticati o considerati obsoleti, che invece hanno dimostrato di durare nei secoli. Non che io non creda nell’innovazione, ma sono convinta che, soprattutto in realtà particolari come quella dove vivo, gli antichi abbiano ancora molto da insegnare. Il successo del progetto di Tenuta Acquebianche ne è la dimostrazione.

Che cosa intendi esattamente quando dici di aver provato a dare una “nuova chance” alla nostra
tradizione costruttiva?

Tenuta Acquebianche è una casa semplice, senza elementi ridondanti. È stata costruita con molti materiali di recupero cui si è data, appunto la “seconda possibilità” di sopravvivere al tempo e che, altrimenti, si sarebbero persi. Penso, ad esempio, alle tegole piane prese da un vecchio edificio con il tetto alla romana, ripulite e riutilizzate, assemblate di nuovo con tecniche tradizionali.

Ma torniamo ad Acquebianche. Un nome, un programma?

Si. Il rispetto della natura va ben oltre il rapporto della casa con il paesaggio in cui si inserisce. La realizzazione di un laghetto artificiale da cui far partire tutto il sistema di irrigazione dell’area, seguono la volontà di far crescere, nel tempo, un piccolo ecosistema dove anche gli animali possano trovare il loro habitat. Non puoi immaginare che emozione abbiamo provato quando abbiamo assistito al passaggio di una cicogna!

Un piccolo Eden, quindi.

Diciamo, più che altro, un luogo per vivere all’aperto, dove poter ritrovare sé stessi e il ritmo lento della natura. Il lockdown ha reso questa esperienza ancora più importante e vitale. Quanti hanno avuto la possibilità di uno smart working così privilegiato? La possibilità di restare distanziati e fuori da uno studio o da un ufficio, ci ha permesso di sperimentare la cooperazione con altri architetti, artisti, registi di diverse culture, che qui hanno recuperato il giusto equilibrio tra tempo del lavoro e tempo per la meditazione e l’ideazione. Niente a che fare con il “Luxury”, intendiamoci, io parlo di una condivisione di intenti nata all’interno di Tenuta Acquebianche e diventata poi una nuova realtà operativa con il nome di BE.ON DVYSION ENTERTAINMENT ARCHITECTURE. Un motore di iniziative sostenibili che mi vede direttamente coinvolta insieme agli altri associati: l’ingegnere Carmine De Donato, il direttore creativo Antony Kevin Montanari e l’architetto Vincenzo Falcone.

A prendere la voce, ora, è proprio Vincenzo Falcone. Di origini casertane, milanese d’adozione, con un’esperienza professionale internazionale, Vincenzo si riserva le ultime appassionate considerazioni su Tenuta Acquebianche.

Il lockdown ha riportato l’attenzione sull’importanza degli spazi comuni e sulla vita all’aria aperta. Balconi e giardini sono stati riscoperti nella loro utilità. Ecco perché il nostro interesse di architetti è quello di progettare nuovi edifici con un occhio di riguardo agli spazi di verde privato e condiviso, cui ognuno può dare il suo apporto, confrontandosi ogni giorno con gli altri per renderlo più bello. Tenuta Acquebianche è la dimostrazione di come la condivisione di un luogo fisico improntato alla natura possa generare una visione sul mondo esterno molto più profonda di quanta se ne possa avere dopo anni di attività in uno studio professionale. Anzi, l’esperienza di Tenuta Acquebianche mostra come il concetto stesso di studio di architettura sia ormai superato. Luoghi come questo ci insegnano a progettare edifici che siano anche poli di aggregazione e di condivisione, che facilitino l’inclusività e il confronto tra idee e culture; che siano un’apertura sul mondo esterno ma anche su quello interiore.

Antonietta e Vincenzo sono travolgenti. L’intervista mi ha lasciato molti temi su cui meditare.
L’importanza dell’architettura come “spazio di crescita” è un altissimo valore su cui
occorrerebbe davvero lavorare.

Grazie Antonietta e grazie Vincenzo per avercelo ricordato.

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