Una casa per tornare alla natura

La Sicilia, la Terra di Cerere, ha l’immagine di una nutrice beneficata del dono della dea all’isola, la campagna ragusana invece è diversa.

Si ha l’impressione che la terra voglia mostrare la sua dura crosta. E’ campagna priva di bosco quella ragusana. E’ tutto un susseguirsi di terrazzamenti impervi e dolci fazzoletti di terra percorsi da filari interminabili di muretti a secco. Tutti costruiti pietra su pietra, senza malta e senza intonaco. Segmenti di tufo che si inseguono e si inerpicano irregolari e continui, delimitando un paesaggio di terra ondulata ora verde, ora color ambra.

Lungo la strada verso Donnafugata è tutto un susseguirsi di ruscelli di pietra che guardano il mare. Maestosi carrubi troneggiano nei terrazzamenti lievemente scoscesi circondati da mucche pezzate che si godono l’ombra. E il carrubo diventa Genius loci, nume tutelare di una terra che ha vissuto di terra. Camminare tra i carrubi e i muri a secco fa sentire parte di un mondo che c’è da sempre.

Attraversando questo paesaggio si giunge alla Riserva di Cava Randello. Qui sorge, immerso nella natura, un complesso di fabbricati rurali che ha dormito nel totale abbandono per più di sessant’anni. Ora è pronto a rinascere in tutta la sua magnificenza grazie alla determinazione di due amici milanesi: Paolo Spazzini e Marco Fanfani.

Questa è una storia di amicizia prima ancora che di amore per la terra, per la natura e per la campagna ragusana. Paolo si innamora della Sicilia parecchi anni fa, quando, per i giri immensi che la vita ci fa compiere, giunge a Lipari in una calda mattina d’estate. Ed è subito amore per questa terra baciata dalla luce. Tuttavia Paolo, che pure compra casa sull’isola, è uomo di terra più che di mare. Inizia così ad accarezzare l’idea di una casa nella campagna siciliana insieme all’amico Marco Fanfani.

Una casa da mettere anche a disposizione di amici e viaggiatori. Un luogo di esaltazione dello stare insieme, come elemento fondamentale per recuperare anche il senso di appartenenza ai luoghi, ai territori. Un legame con la natura e il paesaggio di cui tornare a farsi meraviglia.

Ma c’è di più, Paolo è laureato in agraria e vuole che i terreni attorno alla casa ritornino ad essere coltivati. Sceglie di avvalersi della collaborazione di nuovi amici siciliani. Insieme all’imprenditore ragusano Gianni Occhipinti pianta sette ettari di agrumeto. Infatti è risaputo che piantare alberi lungo il cammino rappresenta da sempre un viatico di salute affinché non ci sia mai penuria. Così, dalla grande cucina della casa, succede di scorgere i contadini intenti a lavorare, a accudire, a faticare, a zappare la terra che rimane la leva ultima e più inesorabile da cui l’umanità riscatta il proprio destino. Tra le mura di questa casa sembra di essere sospesi in un tempo fermo, che resta lì dov’è, eterno, destinato a durare più a lungo di quelli che accoglie. La natura intorno sembra incedere senza fretta e invita al ritmo più pacato dell’attenzione e dell’accudimento.

Per realizzare questo sogno siciliano i due amici scelgono un architetto ragusano, Antonio Giummarra e chiedono che siano utilizzate solo maestranze locali. “Abbiamo fatto un lavoro di recupero certosino”. – dice l’architetto Giummarra – Dal mio punto di vista era importante mantenere una coerenza con il paesaggio e con la campagna ragusana. L’equilibrio di insieme è uno dei punti fondamentali da tenere in considerazione durante un progetto di questo tipo. Nel progetto degli spazi interni ed esterni possono essere aggiunte funzioni talvolta essenziali come una piscina. È fondamentale che tutto ciò possa avvenire in un’ottica di recupero e di inserimento coerente. In questo caso, per esempio, la piscina è stata creata sfruttando una vasca di irrigazione che si trovava vicino alla casa. Un buon progetto di restauro deve mantenere la continuità ed il focus tra le attività umane per cui nasceva in passato e quelle di chi lo abita oggi.

In questo progetto mi sono concentrato su soluzioni di recupero dei materiali e delle tecniche del passato. L’intento infatti era di rafforzare l’architettura che ho trovato e non di inventarne una alternativa. Le difficoltà tecniche maggiori le ho avute a causa del terreno argilloso privo di roccia che mi ha costretto ad importanti interventi di consolidamento. Tuttavia ho lavorato con tenacia anche e soprattutto grazie al clima amichevole che si è creato sia all’interno del team di lavoro che nei confronti della committenza.

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