Il VesConte di Francesco Cozza Caposavi: il risveglio del genius loci

Un percorso compiuto che, con impegno e dedizione, ha donato un nuovo volto a Palazzo Cozza Caposavi preservandone l'essenza. Ce lo racconta il suo proprietario in questa intervista.

Francesco Cozza Caposavi

“Qualunque cosa tu possa fare o sognare di fare, incominciala! L’audacia ha in sé genio, potere e magia”.

Chissà a chi si riferiva Goethe quando pronunciò questa frase? Se a sé stesso, recuperando nei cassetti della memoria tutto ciò che riuscì a fare nella vita, o a qualcun altro. Non ci è dato saperlo, ciò che possiamo dire è che pensando a queste parole ci viene in mente quanto ha fatto – e sta facendo – Francesco Cozza Caposavi Vesmile, ultimo erede dell’omonima casata nobiliare, giovane imprenditore culturale che è riuscito a togliere la polvere dalla dimora di famiglia, ad aprirla al mondo e a contribuire al rilancio di un intero territorio. È lui stesso a narrarci il suo percorso, a svelarci come ha fatto a intuire enormi potenzialità dietro le mura che prima ospitavano la sede dell’amministrazione agricola delle terre della famiglia.
In una piacevole chiacchierata, cadenzata dal suo tono pacato e sicuro, onirico e concreto allo stesso tempo, ci ha raccontato cosa lo ha spinto una decina di anni fa, poco più che ventenne, a buttarsi in un progetto che sembrava impossibile. Il suo sogno oggi si chiama VesContePalazzo Cozza Caposavi, a Bolsena, nel Lazio, monumento dichiarato di pubblico interesse dal Ministero dei Beni Culturali e hotel di charme che compare nella classifica di Forbes tra i 19 “hottest hotels in the world”.
Ecco qui cosa abbiamo registrato sul nostro taccuino.

Francesco Cozza Caposavi

Intervista a Francesco Cozza Caposavi

Francesco, come sei riuscito a posare lo sguardo oltre? A immaginare altro?
Durante gli anni universitari, vivevo tra Roma e Bolsena, dove si trova la villa rinascimentale di famiglia, mai aperta al pubblico per cinque secoli. Nei miei soggiorni settimanali mi sono accorto che Palazzo Cozza Caposavi necessitava di trovare una sua vocazione contemporanea. Scorgevo del fascino oltre la decadenza. Da quell’intuizione è nata la naturale necessità di iniziare a pensare a qualcosa che garantisse a questo luogo di continuare a vivere: non si poteva mettere fine a una storia così gloriosa; si tratta di una dimora che ha superato pandemie, guerre e occupazioni. Non avrei mai potuto vederla sacrificare o addirittura, come hanno fatto molti altri proprietari di dimore storiche in contesti extraurbani, vendere. 

Il palazzo si trova nella pittoresca località laziale di Bolsena…
Bolsena è un’antica città etrusca che, dagli anni ‘70 del Novecento, per una serie di fattori legati a piani infrastrutturali, è stata tagliata fuori dal progresso, dal turismo, da tutto ciò che mantiene in vita questi antichi borghi. Il palazzo aveva bisogno di inserirsi in un contesto di rinascita, quindi, nel momento in cui le attività agricole di famiglia hanno cessato la loro funzione principale, ho pensato di iniziare ad affittare due camere. Un esperimento, un gioco, una scommessa.

Da quell’esperimento cosa è cambiato?
Il cambiamento ha preso il nome di VesConte: un’intera ala del palazzo è diventata un albergo diffuso che oggi conta 25 posti letto. Nelle ex cucine è stato aperto un ristorante ed è stata inaugurata un’enoteca che propone degustazioni con una carta dei vini con oltre 700 cantine. Inoltre, per garantire la fruizione del palazzo abbiamo aperto un percorso museale che racconta la storia della famiglia in modo non autocelebrativo ma attraverso l’arte, i mobili, gli arazzi. Si organizzano, inoltre, rassegne letterarie, artistiche e musicali, coinvolgendo ospiti illustri.

Vesconte di Francesco Cozza Caposavi, camera da letto

Oggi il palazzo è riconosciuto come una delle dimore storiche più belle al mondo aperte all’ospitalità e Bolsena è stata eletta su Forbes tra i 10 piccoli borghi più suggestivi di tutto il pianeta. Quale credi sia il segreto del tuo successo?
Sono le persone a fare i luoghi. Il segreto è avere avuto il coraggio di buttarmi in una nuova avventura per dare il via a un processo di riconversione di una dimora storica. È la dimostrazione di come un luogo, a sua volta, possa accendere i riflettori su un territorio. È un modello che incuriosisce e funziona nella sua semplicità.

Quando hai iniziato il progetto eri giovanissimo, è stato semplice dedicarsi a un’attività così totalizzante in un’età che in genere ti porta a sperimentare su più fronti?
Avevo 19-20 anni. Non nascondo di avere passato innumerevoli notti insonni. Mettere in ordine i conti, relazionarmi con la burocrazia, affrontare le difficoltà: è stato un percorso molto difficile, ho rischiato più volte di perdermi d’animo. Ma ho sempre vissuto questo progetto come una missione, come una priorità. Ho messo la stessa dedizione che mette il monaco nell’orto.

Immaginiamo che, soprattutto all’inizio, tu abbia dovuto apprendere diverse abilità…
Proprio così. Ho dovuto sviluppare capacità manuali e mentali che mai avrei pensato di avere. Per poter risollevare un palazzo di questo tipo devi diventare esperto di restauro, di manutenzione, di ospitalità, altrimenti l’impresa diventa impossibile. È fondamentale imparare a distinguere i problemi che puoi ovviare da quelli che devi necessariamente affrontare. E fare un passo alla volta. In questi dieci anni ho agito in questo modo con la consapevolezza che ciò che sto facendo non è solo per me, ma per chi verrà.

Cercare l’eternità attraverso la propria dimora…
Sì. Sono consapevole che in qualsiasi altro luogo avrei potuto guadagnare di più, viaggiare di più, divertirmi di più. Ma ho scelto di continuare la tradizione per poterla consegnare al futuro. È come una storia d’amore, come un atto di fede. Bisogna amare ciò che si fa, solo così si compie la magia. E quando avviene la magia, non c’è tecnica o strategia ma amore, passione e fede. È il voto che fa il frate, io ho fatto il voto di vivere questa vita: so che a Capodanno devo gestire la situazione, ad agosto ho il massimo lavoro e via dicendo. Ognuno è l’anima di quello che fa. E il sapore della mia vita lo devo a questo progetto.

Dalle tue parole si scorge tutta la tua dedizione
Abbiamo creato uno staff che è una famiglia, una struttura che è casa nostra. Così si riesce a trovare la luce anche nelle avversità. Per me il VesConte è una palestra di vita: sono davvero soddisfatto di essere riuscito a costruire, mattoncino dopo mattoncino, un progetto dalle solide fondamenta.

Vesconte di Francesco Cozza Caposavi, salone

VesConte: autentico come cinque secoli fa

Francesco Cozza Caposavi Vesmile, dal XVI secolo, è riuscito a valorizzare un palazzo mai aperto al pubblico, riportandolo al massimo splendore. Non solo, è riuscito a dare occupazione a 16 persone che insieme a lui credono nel progetto e a risvegliare il genius loci sopito da tempo.

Quello che abbiamo raccontato è il risultato del percorso compiuto. Chiaramente, come si evince anche dalle parole di Francesco, non è stato semplice. Il palazzo ha subìto importanti interventi, tutti realizzati prestando la massima attenzione a preservarne l’autenticità. Niente è stato stravolto, non è stato svilito nell’anima. Perché, come ha detto durante l’intervista, “ci vogliono secoli per fare una dimora storica, bastano cinque giorni per toglierle l’anima”.

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