Per l’architetta romana, protagonista di Vinci una casa in Sicilia, ogni progetto nasce dall’ascolto. La casa di Tusa diventa così il punto di incontro tra memoria, paesaggio e contemporaneità.
Alcuni sono architetti che iniziano un progetto da una forma. Altri da una funzione. Valentina Falascaparte invece da una domanda molto più profonda: qual è l’identità del luogo che sto per trasformare?
È questo il principio che ha guidato il suo percorso all’interno di Vinci una casa in Sicilia, il programma televisivo dedicato all’architettura e all’interior design, dove professionisti provenienti da tutta Italia sono stati chiamati a reinterpretare virtualmente una casa nel piccolo borgo di Tusa, sulla costa settentrionale dell’isola. Per l’architetta romana, l’esperienza televisiva ha rappresentato un debutto assoluto davanti alle telecamere. Una sfida che inizialmente ha portato con sé inevitabile emozione, ma che si è trasformata rapidamente in un’occasione di crescita personale oltre che professionale.
«Uscire dalla propria zona di comfort significa concedersi la possibilità di conoscersi meglio», racconta. «La televisione mi ha insegnato a comunicare il progetto con maggiore immediatezza e ad avere ancora più fiducia nella mia visione.»
Ma se il contesto era nuovo, il metodo progettuale è rimasto immutato. Più che raccontare una Sicilia stereotipata, Falasca ha scelto di concentrarsi su Tusa, approfondendone la storia, il paesaggio e le stratificazioni culturali. Un approccio che rifiuta qualsiasi forma di folklore per costruire invece una narrazione autentica, capace di emergere dai materiali, dalle architetture e dal Genius Loci. Il progetto nasce proprio dall’incontro tra due anime apparentemente lontane: quella millenaria del sito archeologico di Halaesa Arconidea e quella contemporanea della Fiumara d’Arte, il museo diffuso che ha trasformato il paesaggio dei Nebrodi in un laboratorio permanente di arte ambientale.





Questa duplice identità si traduce in un linguaggio materico preciso. La calce viva, la pietra calcarea locale e il legno di castagno, profondamente radicati nel territorio, dialogano con l’acciaio corten — materiale ricorrente nelle installazioni della Fiumara d’Arte — mentre le tonalità del blu evocano il Mediterraneo e il rapporto costante tra architettura e paesaggio. Non si tratta di semplici richiami estetici, ma di una progettazione che nasce direttamente dal luogo.
«Ogni scelta progettuale deve essere motivata dal contesto», spiega. «L’obiettivo non era inserire elementi siciliani come decorazione, ma costruire uno spazio che potesse appartenere davvero a Tusa.»
Un principio che, per Falasca, vale indipendentemente dalla scala o dalla destinazione del progetto. Cambia il luogo, cambiano le persone, ma il metodo resta invariato: osservare, ascoltare e interpretare. La dimensione televisiva ha imposto tempi più rapidi e una comunicazione sintetica, ma non ha modificato la sostanza del lavoro. Anzi, ha contribuito a mostrare al grande pubblico quanto il progetto di architettura sia molto più complesso della sola ricerca estetica.
«L’architetto è prima di tutto un interprete del proprio tempo», afferma. «Legge luoghi, persone, esigenze e le trasforma in spazi capaci di migliorare la qualità della vita.»



Una visione che restituisce alla professione anche una dimensione culturale e sociologica, spesso trascurata nel racconto mediatico dell’interior design. Dietro ogni scelta formale esiste infatti un processo fatto di ricerca, ascolto e capacità di costruire relazioni tra persone e luoghi. Ed è proprio il tema delle relazioni quello che Falasca considera il risultato più importante dell’intera esperienza. Al di là della competizione, ciò che porta con sé sono gli incontri con colleghi e giudici, il confronto tra sensibilità differenti e la possibilità di mettere continuamente in discussione il proprio sguardo. Perché, come dimostra il suo approccio progettuale, l’architettura non nasce mai da una certezza assoluta, ma dalla disponibilità ad ascoltare. E forse è proprio questa la lezione più contemporanea emersa da Vinci una casa in Sicilia: progettare non significa imporre una firma, ma riconoscere l’identità di un luogo e permetterle di continuare a raccontarsi attraverso nuovi spazi.








