Puglisi & Partners. Progettare la Sicilia senza raccontarla

C’è un modo di fare architettura che non cerca effetti speciali, ma relazioni. Un metodo che parte dall’ascolto del luogo, dalla sua storia e dalla sua materia per costruire spazi contemporanei capaci di durare nel tempo. È la filosofia di Puglisi & Partners, lo studio fondato dagli architetti Franco Puglisi e Cosimo Inglese, con sedi a Catania e Milano. Nel programma televisivo Vinci una casa in Sicilia su HGTV Discovery, hanno trasformato una competizione in un’occasione per raccontare una Sicilia autentica, lontana dai cliché e vicina alla sua essenza. Li abbiamo incontrati per parlare di progetto, territorio e del valore che un’esperienza televisiva può avere nel raccontare il mestiere dell’architetto.

Il vostro studio lavora quotidianamente sul recupero e sulla valorizzazione del patrimonio architettonico. Quanto è stato diverso affrontare questo processo davanti alle telecamere di Vinci una casa in Sicilia?

«Molto diverso, soprattutto nei tempi. La televisione impone ritmi rapidi, richiede sintesi e una capacità di comunicazione immediata che normalmente non appartiene al nostro lavoro. All’inizio le telecamere e il confronto costante con i giudici generano inevitabilmente una certa tensione, ma dopo poco abbiamo cercato di dimenticare il contesto televisivo e di lavorare come facciamo sempre. La parte più interessante è stata proprio questa: capire che un progetto deve essere rigoroso dal punto di vista architettonico, ma allo stesso tempo comprensibile per chi lo osserva. È stato un esercizio che ci ha insegnato molto, perché sintetizzare un pensiero progettuale senza impoverirlo è probabilmente una delle sfide più difficili.»

Per la casa di Tusa avete scelto di evitare qualsiasi immagine stereotipata della Sicilia. Qual era l’idea progettuale alla base dell’intervento?

«Abbiamo immaginato la casa come la residenza di un artista, quasi il rifugio di uno scultore. Volevamo che gli ambienti sembrassero nascere dalla materia, più che essere semplicemente arredati. Per noi era importante evitare qualsiasi interpretazione folkloristica dell’isola. La Sicilia possiede una forza straordinaria che non ha bisogno di essere enfatizzata attraverso simboli riconoscibili. Preferiamo raccontarla attraverso ciò che la rende unica: la luce, il rapporto con il paesaggio, le superfici, le proporzioni e i materiali. Calce, cocciopesto, pietra lavica, cotto, legno naturale e ferro brunito sono materiali che appartengono alla storia di questi luoghi e che abbiamo reinterpretato con un linguaggio contemporaneo, essenziale e misurato.»

Nel progetto ogni ambiente sembra avere una propria identità. Quanto conta, per voi, la costruzione del percorso spaziale?

«È fondamentale. Non progettiamo mai stanze isolate, ma sequenze di spazi che dialogano tra loro. Anche nella casa di Tusa ogni livello raccontava una funzione diversa. Il piano terra, con la dependance e la SPA, aveva un carattere più introspettivo; il livello centrale era dedicato alla convivialità; la zona notte diventava uno spazio più raccolto e intimo; il solarium, infine, rappresentava il punto d’incontro tra architettura e paesaggio. La SPA sintetizzava perfettamente questa ricerca: pochi elementi, acqua, pietra e luce zenitale, erano sufficienti per costruire un’atmosfera intensa, quasi contemplativa.»

Il programma chiedeva ai progettisti di raccontare la Sicilia attraverso l’architettura. Una richiesta affascinante ma anche rischiosa. Come avete affrontato questo tema?

«Forse è stata la sfida più delicata. Quando si parla di Sicilia il rischio è ricorrere a immagini già viste, trasformando il progetto in una somma di citazioni. Noi abbiamo cercato di fare il contrario. Non volevamo decorare gli spazi con riferimenti siciliani, ma lasciare che fosse il progetto stesso a trasmettere il carattere del luogo. Il territorio, secondo noi, non si cita: si interpreta. Entra nel progetto attraverso la materia, la luce, le proporzioni e il modo in cui gli spazi vengono vissuti.»

Oggi la figura dell’architetto è sempre più presente nei media. Che valore può avere una trasmissione televisiva per raccontare questa professione?

«Può essere molto importante, purché non si riduca tutto all’aspetto estetico. L’architettura è ascolto, ricerca, interpretazione del contesto e delle persone. Dietro ogni progetto ci sono studio, metodo e responsabilità. Se la televisione riesce a raccontare anche solo una parte di questo processo, allora diventa uno strumento prezioso per avvicinare il pubblico al nostro lavoro. Per noi è stata anche un’occasione per mostrare il nostro approccio progettuale, che da sempre si concentra sul recupero, sull’identità dei luoghi e sulla valorizzazione del patrimonio costruito.»

Qual è l’eredità più importante che vi lascia questa esperienza?

«Prima ancora dell’aspetto professionale, quello umano. La competizione ci ha permesso di conoscere colleghi con cui oggi continuiamo a confrontarci e a condividere idee. Anche il rapporto con Damiano Gallo e con la giuria è andato oltre il semplice programma televisivo, trasformandosi in un dialogo autentico. Professionalmente, invece, questa esperienza ci ha ricordato quanto sia importante saper raccontare un progetto. L’architettura non vive soltanto negli elaborati o nelle immagini finali, ma nella capacità di creare relazioni, generare emozioni e instaurare un dialogo con il luogo. È questa, in fondo, la direzione che continuiamo a seguire ogni giorno nel nostro lavoro.»

Più che un’esperienza televisiva, quella di Puglisi & Partners è stata la conferma di un metodo progettuale costruito negli anni: un’architettura capace di interpretare i luoghi senza replicarli, dove materia, memoria e contemporaneità convivono in un equilibrio misurato. Un approccio che racconta la Sicilia non attraverso immagini iconiche, ma restituendone il carattere più profondo: quello che si scopre soltanto abitandola.

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