Dalla Toscana alla Sicilia, passando per un set televisivo. Per Roberto Della Croce, architetto e interior designer pisano, Vinci una casa in Sicilia è stata l’occasione per mettere alla prova una progettazione che rifugge gli stereotipi e sceglie invece il dialogo con il paesaggio, la materia e la luce. Il suo progetto per la casa di Tusa racconta una Sicilia lontana dalle immagini più convenzionali: una terra interpretata attraverso contrasti materici, atmosfere essenziali e quella che lui definisce “eleganza silenziosa”. Lo abbiamo incontrato per parlare di televisione, architettura e della responsabilità di trasformare un luogo in un’esperienza.
La partecipazione a Vinci una casa in Sicilia è stata la sua prima esperienza televisiva. Com’è stato progettare sotto i riflettori?
È stato un salto importante. C’è una differenza enorme tra lavorare nel proprio studio, dove il tempo permette di riflettere e affinare ogni dettaglio, e progettare all’interno di un format televisivo, dove ogni decisione deve essere presa rapidamente e viene osservata da una giuria di esperti.
Durante la sfida dedicata al living la competizione era molto sentita, ma non ho mai percepito la pressione come un ostacolo. Ho cercato di rimanere fedele al mio metodo progettuale, ricordandomi che la televisione cambia il ritmo del lavoro, non la qualità del pensiero. È stata un’esperienza intensa che mi ha confermato quanto sia importante mantenere coerenza e lucidità anche in un contesto completamente diverso da quello professionale quotidiano.
Per il progetto della casa di Tusa avete scelto un linguaggio molto personale. Qual era l’idea alla base dell’intervento?
Ho immaginato la casa come una piccola destinazione di boutique hospitality, un rifugio esclusivo capace di offrire un’esperienza autentica e sofisticata. Essendo inserita in un borgo storico, era fondamentale rispettarne l’identità, evitando però ogni interpretazione folkloristica.







Il progetto nasce da un’idea di “eleganza silenziosa”, ispirata ai principi del wabi-sabi, dove la bellezza emerge dalla materia, dalle imperfezioni e dall’equilibrio. Ho costruito il progetto attraverso il dialogo tra calce naturale, terre, metalli lucidi e ceramiche locali. La luce è stata trattata come un vero materiale architettonico: non semplicemente un elemento funzionale, ma uno strumento capace di modellare superfici e atmosfere. Anche il verde assume un ruolo progettuale preciso, diventando sia presenza vegetale — tra cactus, buganvillee e piante grasse — sia colore dominante negli spazi dedicati al benessere.
Nel programma era richiesto di raccontare la Sicilia attraverso il progetto. Quanto ha influenzato il suo processo creativo?
Molto. Per me raccontare la Sicilia significava andare oltre gli stereotipi. Conosco profondamente l’architettura dell’isola e volevo restituirne le stratificazioni culturali, i linguaggi costruttivi e quella ricchezza fatta di dettagli discreti che spesso sfuggono a un primo sguardo.
Ho inserito elementi che il visitatore può scoprire lentamente vivendo gli spazi. Mi interessa che il progetto costruisca un dialogo intimo con il territorio, non una semplice rappresentazione.
La televisione, in questo senso, ha aggiunto una sfida ulteriore: ogni render e ogni inquadratura dovevano essere capaci di raccontare immediatamente la forza del concept senza perdere profondità.
Quanto può contribuire un programma televisivo a far comprendere il vero lavoro dell’architetto e dell’interior designer?
Credo molto nel valore divulgativo di format come questo. Spesso il nostro lavoro viene ridotto all’arredamento, mentre dietro ogni progetto esiste un processo complesso fatto di ricerca, cultura, tecnica, materiali e capacità di interpretare le esigenze delle persone.
La televisione può mostrare tutto questo e aiutare il pubblico a comprendere che l’architetto è prima di tutto un interprete dello spazio, qualcuno che costruisce identità attraverso luce, materia e proporzioni.
Dal punto di vista professionale, l’esperienza sta già generando nuove opportunità. Mi piacerebbe lavorare sempre di più con clienti che condividono questa filosofia progettuale, soprattutto nel mondo dell’hospitality e delle residenze private di alto livello, dove esiste il desiderio di realizzare spazi autentici e profondamente identitari.
Al di là del risultato finale, quale insegnamento porta con sé da questa esperienza?
Il valore più grande è stato mettermi alla prova in una situazione completamente nuova. La competizione mi ha costretto a sintetizzare il pensiero progettuale, a prendere decisioni rapidamente e a comunicarle con chiarezza.
Il confronto con i giudici mi ha insegnato quanto sia fondamentale saper raccontare il progetto con precisione, spiegando il significato di ogni scelta. Dagli altri concorrenti ho invece apprezzato la possibilità di osservare approcci diversi allo stesso tema, confrontando sensibilità e linguaggi differenti.
Questa esperienza ha rafforzato la convinzione che continuerò a seguire la mia idea di architettura: un minimalismo contestualizzato, essenziale ma mai anonimo, capace di dialogare con il luogo senza imporsi su di esso. Perché ogni progetto, indipendentemente dalla scala, nasce sempre dallo stesso principio: trasformare luce, materia e colore in un’identità riconoscibile.









