Serena Colombo e Massimiliano Babila Cagelli. A tavola, con arte

Tra arte, cucina e convivialità, gli autori di “Anche Van Gogh mangiava le cozze”, ci regalano nuovi spunti creativi per ricevere gli ospiti.

Oggi vi porto con me in un viaggio insolito e affascinate tra opere d’arte e ricette di alta cucina. Se pensate che sia uno strano binomio allora aspettate di conoscere il titolo (e il sottotitolo!) del libro che ce lo racconta.  “ANCHE VAN GOGH MANGIAVA LE COZZE. Ricette palindrome di arte culinaria” di Serena Colombo e Massimiliano Babila Cagelli è decisamente di più di una raccolta di ricette. Storica dell’arte e autrice di testi scientifici e divulgativi in ambito storico-artistico lei, primatista italiano assoluto di nuoto nei 200 rana e da oltre vent’anni cultore della cucina nei suoi molteplici aspetti lui, insieme hanno dato vita a questo raffinatissimo volume che riunisce 16 racconti, 16 menu, oltre 70 ricette di cui 5 di chef stellati, in un’insolita esperienza artistica e culinaria da cui trarre nuovi spunti per ricevere gli ospiti.

Cara Serena, è un piacere averti nel mio salotto a raccontarci di questa grande fatica, ma grande soddisfazione, che è stata la stesura di “Anche Van Gogh mangiava le cozze”. Com’è nata l’idea di un accostamento tra arte e cucina?

Tutto è iniziato da un mazzo di asparagi. Non uno qualsiasi, ma una piccola tela, opera di Manet, grande quanto un quadernetto. Questo dipinto ha una storia curiosa, che a suo tempo colpì anche Marcel Proust, che ne parla nel suo capolavoro Alla ricerca del tempo perduto. Charles Ephrussi, direttore del Gazette des Beau Arts e collezionista, commissionò al pittore parigino una natura morta. Manet scelse come soggetto un mazzo di asparagi. Ephrussi, entusiasta del risultato, pagò per l’opera 1000 franchi, più della cifra richiesta dall’artista. Con spirito ironico, Manet realizzò allora un’altra tela delle medesime dimensioni, con un solo asparago, e la recapitò a Ephrussi accompagnata dal bigliettino “Il en manquait une à votre botte” (ne mancava uno al vostro mazzo). La croccantezza e la freschezza di quegli asparagi dipinti ci hanno fatto venire voglia di cucinare un piatto a base di asparagi. È nato così il primo piatto “impressionista”, intitolato a Charles, come il committente di Manet. Da qui l’idea di unire la passione di Massimiliano per la cucina al mio amore per la storia dell’arte e di realizzare un libro in cui questi due ambiti dialogassero.

… E Il titolo?

Il titolo svela e anticipa i contenuti del progetto ed è volutamente ironico. Si ispira a un dipinto di Vincent Van Gogh, meno noto rispetto ai grandi classici dell’artista. Una piccola tela rimasta nella casa parigina del fratello Theo, che, secondo la testimonianza dell’amico Paul Gauguin, Vincent dipinse dopo aver mangiato un piatto di cozze e gamberi. Poi vendette la tela a un commerciante di ferraglie e quadri a olio a buon mercato. Uscito dal negozio con il misero guadagno di cinque franchi (Van Gogh era squattrinato e barattava quadri per un piatto caldo), vide una fanciulla indigente. Così estrasse dalla tasca la moneta e la donò alla ragazza. Io e Massimiliano ci siamo immaginati Van Gogh mentre consumava quel piatto di cozze e gamberi, il desiderio di trasferire sulla tela le emozioni visive e gustative provate. Così sono nati un piatto, un racconto e, appunto, il titolo del libro!

Massimiliano, come avete sviluppato il dialogo tra dipinti e ricette?

Dalla prima coppia palindroma dipinto (e racconto) + ricetta, sono nati altri 16 racconti, 16 menu, oltre 70 ricette create appositamente per il libro. Ogni dipinto è protagonista di un racconto. E a ogni dipinto è associato un piatto che a sua volta entra a fare parte di un menù. I racconti sono tratti dal diario del protagonista immaginario, Ismael Pigeons. Nato a New York nel 1851, ventenne emigra in Francia, patria dei genitori, alla ricerca di un nuovo soleil levant e con la speranza di coronare il sogno di diventare cuoco. Parigi in questi anni di fine Ottocento è una città in continua trasformazione, una capitale moderna e fucina di cambiamenti anche in ambito artistico, con l’allontanamento dal linguaggio accademico e l’interesse per un nuovo tipo di pittura, in un magico momento in cui l’Europa è attraversata dalla raffinata freschezza del “mondo fluttuante” delle stampe giapponesi. Novello Forrest Gump, Ismael narra degli incontri, più o meno fortuiti, con artisti, collezionisti, modelle e giardinieri, ma soprattutto con le opere d’arte.  Dall’alchimia di esperienze e sensazioni vissute da Ismael nascono i piatti e i menù del ricettario. Monet diceva “Il soggetto è secondario, quel che voglio riprodurre è ciò che si trova tra il soggetto e me stesso”. Ecco, quello che si vorrebbe offrire è una cucina di impressioni. Dipinti e piatti catturano istanti di vita e di emozioni. Per restituirli al lettore.

Quindi, Anche Van Gogh mangiava le cozze non è solo un libro di ricette

Esatto, lo abbiamo pensato come un viaggio culinario e un’esperienza artistica in cui le ricette vivono accanto e con i racconti, per offrire nuovi spunti per ricevere gli ospiti, tra arte, cucina e convivialità. 

 Ci piace immaginare che i nostri lettori tengano il libro sul comodino per immergersi nelle vicende di Ismael prima di chiudere gli occhi, in bella vista in libreria, o ancora, in cucina attesa di sperimentare qualche preparazione con la quale stupire gli ospiti. Le ricette proposte, tutte realizzate per il libro, sono infatti volutamente facilmente replicabili da chi abbia un minimo di dimestichezza con la cucina e gli ingredienti selezionati sono tutti recuperabili con una certa facilità.

Come mai il riferimento al Giappone?

Claude Monet possedeva circa duecento stampe giapponesi, appese nella sua sala da pranzo. Tra queste, la celebre xilografia di Hokusai Grande onda di Kanagawa. Dopo il 1850 il Giappone pose fine a un lungo periodo di isolamento, aprendosi alle importazioni da e in Occidente. Le prime stampe giapponesi in stile ukiyo-e iniziarono a circolare in tutte Europa, insieme a lacche e ceramiche e altri oggetti. A Parigi, grazie alle esposizioni universali, l’arte giapponese divenne una vera moda. Tra gli artisti, gli impressionisti ma anche Van Gogh e Gauguin collezionavano xilografie e presero spunto dal linguaggio figurativo orientale per rinnovare il loro. Così nel libro Ismael incontra un mercante giapponese, Tadamasa Hayashi, un collezionista di netsuke (piccole sculture tradizionali giapponesi) e lacche, Charles Ephrussi, e vede le stampe nella casa di Monet. Nelle ricette questo clima di dialogo con il mondo orientale si ritrova in numerosi ingredienti e sapori che si armonizzano con altrettanti occidentali.

Tra i protagonisti del libro, chi è il più appassionato di cucina?

La maggior parte degli artisti pranzava o cenava nei caffè o la domenica nei locali lungo la Senna; qualcuno, non potendo permettersi di pagare il conto, lasciava un dipinto. Monet era invece un grande appassionato di cucina, e anche se non si metteva personalmente ai fornelli curava alcune fasi delle preparazioni e ricercava con cura le materie prime. Amava ricevere ospiti e offrire loro pranzi di classe. Si è conservato un ricettario della famiglia e a Giverny è possibile visitare la cucina della sua casa, un locale moderno rivestito di mattonelle di ceramica bianca e blu di Rouen, colore che caratterizzava anche le raffinate porcellane dei piatti.

Complimenti, praticamente il libro stesso è un’opera d’arte! Serena e Massimiliano, vi ringrazio per avermi catturata con questi interessantissimi racconti. Non vedo l’ora di leggermeli tutti e provare a stupire i miei prossimi convitati con un menù a base d’arte.

Spero di rivedervi presto, con altre belle novità.

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