Domande e risposte insieme a Libero Rutilo

Intervista a Libero Rutilo: design multidisciplinare e multiculturale. Scopriamo parte della sua storia personale e della sua arte.

Buon giorno Libero, grazie per averci concesso quest’intervista. Per prima cosa vorrei che si presentasse e che ci raccontasse quali sono stati i segnali che le hanno fatto capire che il disegno e la progettazione l’avrebbero accompagnata nel suo percorso professionale.


Buongiorno, sono Libero un progettista che predilige un approccio multidisciplinare, olistico, inclusivo, empatico e eco conscious. Sono soprattutto un sognatore che insegue un mondo di aspirazioni e di ideali. Una persona che ama la vita, le relazioni sociali, la convivialità, il buon cibo e il buon vino. Credo di essere arrivato al design perché sin da piccolo amavo costruire cose, fabbricare, assemblare, montare e smontare. In Canada a 8 anni avevo costruito la mia prima capanna sugli alberi, una delle prime cose che ho realizzato. Più tardi durante l’adolescenza a Napoli mi sono avvicinato alla street art e ai graffiti. Credo che queste due passioni abbiano in qualche modo contribuito a definire la mia dedizione per il design.

Ho letto che è cresciuto in diverse città, sia Italiane che estere, ritiene che le differenti culture abbiano in qualche modo influenzato il suo stile progettuale?

Si, in effetti sono stato concepito in Messico, nato in Canada, poi ci siamo trasferiti a Roma, dopo qualche anno sono tornato in Canada con mia madre. Da giovane adolescente sono stato cresciuto a Napoli e poi trasferito a Montreal per l’università dopodiché mi sono fermato a Milano. Mia moglie Ekaterina è russa e nostro figlio ha la plurima cittadinanza. Mi piace definirmi un nomade culturale, e lo sono a tutti gli effetti. Infatti cerco di incorporare nelle mie pratiche una sorta di vagabondaggio multiculturale e interdisciplinare che esalti l’ibridazione e la contaminazione di stili, tecniche e materiali.

Da quali contesti si sente maggiormente Ispirato?

Più che da singoli contesti, traggo ispirazione dalla vita in generale, praticamente da tutto, sono una specie di membrana spugnosa che assorbe informazioni ovunque. Poi è chiaro che ho sviluppato una serie di tools di analisi e sintesi che mi permettono di categorizzare gli input e visualizzare le opportunità progettuali che ne derivano, se no impazzirei. Questo mondo di porci, ci permette realizzare progetti di tipologie e scale variate per utenti, persone e clienti diversi. Si parte da principi e contesti disparati arrivando a risultati molto soddisfacenti. Infatti operiamo sia nel mondo del product che dell’ interior design con qualche escursione nella comunicazione e direzione artistica. L’importante non è cosa si sa ma come lo si fa, bisogna avere stimoli e curiosità. 

Quali sono i materiali che più si adattano al mondo del design?

Ho sempre visto la questione al contrario. Forse perché sono un designer con uno stile piuttosto amorfo, flessibile e adattabile. Mi piace pensare che siamo noi ad adattarci alla materia e alle sue tecniche di lavorazione e non l’inverso. Pertanto ho un profondo rispetto verso i materiali, cerco di capirne i limiti e le qualità, la loro adattabilità, modificabilità e decontestualizzazione. Ho studiato industrial design quindi ho sviluppato un approccio non solo estetico o stilistico ma anche tecnico. I materiali non si possono scindere dalle loro forme di trasformazione, dalla loro provenienza e dalle loro caratteristiche superficiali, estetiche e strutturali. Questo è il loro dna, va capito, studiato e in alcuni casi poi lo si può modificare.  Il materiale lo scelgo in funzione dell’oggetto o dello spazio, delle sue caratteristiche e delle sue funzioni, in base alle sue prestazioni e delle sensazioni che può generare.  

C’è un materiale che vorrebbe utilizzare per le sue creazioni e non ha ancora utilizzato?

Si, ho due passioni opposte, i materiali ancestrali e quelli ultra innovativi. Vorrei lavorare con il tufo che è una roccia magmatica particolarmente diffusa nella zona dei Campi Flegrei e d’altro canto vorrei sperimentare di più con i materiali compositi di origine vegetale e i  biopolimeri. In questi giorni stampo dei vasi con delle resine di origine vegetale polimerizzabili agli UV.
Vorrei continuare a sperimentare sempre su due binari distinti e contrapposti in termini temporali e tecnologici. Inoltre mi piace molto cercare degli abbinamenti materici tipo “assemblage”. Ultimamente abbiamo fatto dei tavolini molto semplici, composti da due con troncati e un cilindro rispettivamente: di pietra, legno massello e ottone. 

Quali valori e sensazioni vuole trasmettere con i suoi oggetti?

Innanzitutto il benessere psicofisico, il comfort ma anche la sorpresa e  lo stupore. In realtà cerco di stimolare tutti i sensi possibili oltre la vista, molti oggetti infatti vanno toccati, provati, annusati etc. Oltre le sensazioni vorrei che l’utente sviluppi la presa di possesso delle cose che disegno con l’animo di farle proprie. L’appropriazione da parte dell’utente è sicuramente uno scopo sublimato di tutti i prodotti di design, è un meccanismo molto interessante che cerchiamo di mettere in moto ogni volta che ci confrontiamo con un nuovo brief.

Nella sua carriera di studi e di lavoro quali sono i designer che l’hanno ispirata e che apprezza particolarmente?

I designer che mi hanno colpito durante gli studi sono: da un punto di vista formale, Marc Newson & Ron Arad, invece per la qualità progettuale sicuramente Ronan & Erwan Bouroullec, da un punto di vista imprenditoriale mi ha sempre stupito Philippe Starck.
Per i contenuti intellettuali e critici Alessandro Mendini ed Ettore Sottsass, in generale tutto il radical design italiano che ha anticipato temi ora molto attuali. Inoltre parte del mio bagaglio culturale e impregnato dai lavori dei grandi maestri del passato come Achille Castiglioni, Joe Colombo e Gio Ponti, solo per citarne alcuni.  

Quali sono i problemi che si riscontrano maggiormente nella produzione di un oggetto di design?

Genericamente possiamo catalogare alcune categorie principali e ricorrenti: problemi formali che fanno riferimento alle proporzioni, possiamo avere dei problemi di finiture, problemi tecnici e strutturali, di costo di realizzazione, di logistica, distribuzione e vendita che spesso purtroppo misurano la riuscita di un progetto. Il design si posiziona spesso tra problemi, opportunità e soluzioni quindi il nostro lavoro è di risolverli trovando un giusto equilibrio tra estetica funzionalità e costi di realizzazione. Ogni progetto ha le sue caratteristiche e sue le difficoltà, spesso bisogna trovare il miglior compromesso possibile.

Quali competenze trasversali secondo lei sono necessarie per un designer di successo?

Tutto può tornare utile, ogni esperienza, osservazione o informazione acquisita può
rivelarsi fondamentale per un’intuizione vincente in un processo di ideazione e progettazione.
Quando possiamo cerchiamo di coinvolgere altre figure professionali per fare una sorta di co-design o dei workshop, quindi direi che se non hai le competenze spesso le puoi comunque trovare in altri. Oggigiorno sicuramente la comunicazione dei progetti è spesso più importante del progetto stesso, pertanto tutto quello che riguarda la sfera della comunicazione è fondamentale. Poi ci sono dei bravi designer e dei designer di successo e molto spesso le due cose non coincidono. Dico spesso ai più giovani che per riuscire in questo ambito ci vuole passione, curiosità e tanta, tanta fortuna.   

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